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Leonardo Sciascia
Seguo il lavoro di Tranchino da più di vent' anni:
da quando, non so più sul qual giornale e per qual mostra, ho visto la
riproduzione di un suo quadro e, capitando a Siracusa, in compagnia di
Dominique Fernandez, che allora passava le estati in una casetta sul
mare di Pachino, sono andato nel suo studio. Lavoro, dico, per improprio
- in questo caso - modo di dire: Tranchino, stendhalianamente e
savinianamente, non lavora (e ricordo una memorabile pagina di Savinio,
di introduzione a una cartella di litografie di Fabrizio Clerici), si
diletta: dipinge cioè con diletto, con piacere, come in una prolungata
vacanza -- tanto prolungata --, continua ed intensa da assorbire
interamente la sua vita. E forse appunto da ciò nasce l'attenzione, il
sodalizio, I'amicizia che ci lega: dal reciproco riconoscerci dilettanti
proprio nel senso di cui discorreva Savinio per Clerici. E non che il
dilettarsi escluda i «latinucci», la ricerca, I'inquietudine, il
travaglio, il guardarsi dentro a volte con sgomento e il guardar fuori
con prensile attenzione e a volte avidamente: ma in una sfera, sempre,
di «divertimento», di gioco esistenziale. Un gioco in cui ha gran parte
la memoria, il suo trasmutarsi o mutarsi in mito, favola ad avvertimento
del presente; del destino, anche: e così trascorrendo le immagini, le
metafore, gli emblemi da Omero a Conrad, con alquante postille
borgesiane.
Nato a Siracusa nel 1938, Tranchino non se ne è mai
allontanato se non per periodi brevissimi a presenziare a mostre proprie
o per vedere quelle di altri pittori a lui congeniali, in Italia e
fuori. Il suo più lungo soggiorno credo sia stato a Parigi, per
apprendervi la tecnica dell'acquaforte, mezzo di espressione che sempre
più l'attrae (ed è pure da notare, in questi ultimi anni un suo più
intenso disegnare, una più forte carica di disegno nella sua pittura).
Otto Weininger diceva che a Siracusa si può nascere
o morire, non vivere. Pensava, forse, a Platen che è andato a morirvi.
Ma Tranchino non solo serenamente vi vive, ma ne rivive i miti lontani
(che a volte appaiono come «citazioni» di De Chirico, di Savinio) e
quelli dell'infanzia: tra il mare e la campagna, nei dissepolti
splendori di una civiltà impareggiabile.
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Claude AMBROISE
L’ISOLA NON LASCIATA
A che pro allontanarsi, anche se delle navi, da
molto, sono approdate alla banchina, forse ad invitare al viaggio. La
Sicilia, può farsi insopportabile. È tanto vero che di essa, in un tempo
non lontano, era impresso nella mente e nel corpo del pittore Tranchino,
il terremoto: come un fantasma richteriano sulle tele dell’atelier della
Mastra Rua siracusana. Non che, una volta distrutto il mondo
naturale o architettonico insieme alla legge ortogonale di gravi,
scandagliasse il caos; ma le forme della sua pittura sembravano nascere
dalla scossa ctonia, nel sospeso stare in bilico di balconate, muri del
giardino, palme nane, colonne mozze, uomo tormentato intorno a un libro,
chiazze interstiziali di colori, la casa, approdi…
Dentro a ogni siciliano sta l’esperienza del
terremoto, anche se solo atavica. Come nei libri di Enzo Consolo, dove
si narra, metaforicamente, la catastrofe. Se, in origine, non fosse
avvenuta la catastrofe della lingua, non leggeremmo Il sorriso
dell’ignoto marinaio e altri racconti. Qualcosa di analogo è
successo a Tranchino relativamente alla pittura, per cui le forze
telluriche l’hanno liberato,davvero surrealmente, dall’armonia
prestabilita del mondo.
Dopo il terremoto si è soliti ricostruire da capo,
ma molti quadri del pittore di Siracusa rifiutano questo lavoro di
Sisifo; essi propongono un mondo diverso da quello di prima,per cui sono
state reinventate la relazione tra i colori e gli oggetti, il rapporto
degli oggetti tra loro, la configurazione dello spazio… Così era
decisamente nelle opere di pochi anni fa.
Oggi lo spettatore continua a sentirsi provocato
dall’esperienza vissuta del terremoto. Non verrà ricuperata la barriera
del naturalismo: la dissociazione lega forme e colori, la luce si
origina dal meridione, ma cambia la tela se sopra ci batte un raggio
algido di sole e rivela un recesso del vegetale; gli oggetti, anche
grandi, provengono spesso dai ricuperati giocattoli della infanzia.
Senonchè i significanti sono stati rigorosamente individuati, non
giustapposti, anzi combinati tra loro grazie agli spazi interstiziali,
come in un racconto stringato. Sono i significanti di Tranchino, i
significanti del viaggio: del viaggiatore sognante che non lascia
l’isola e dipinge mondo e oggetti, i quali rimandano a lui, che lo
dicono e dicono chi li guarda e ne assume il fascino.
Come i souliers di Van Gogh erano emblemi
del pittore olandese, le navi, la macchina, la coda di un aereo… e non
meno i colori usati, indicano l’uomo Tranchino. La sua nave è un oggetto
catturato nelle braccia del porto, la sua macchina un oggetto catturante
che nel parabrezza accerchia una ellisse di paesaggio, il cagnolino
interroga il quadro e salta dentro, le colonne e le piante stanno lì, le
balaustre tonde fanno angolo… Sulla banchina o nel giardino c’è un uomo,
che spesso legge, una volta addirittura scrive; può distrarsi dalla sua
lettura, volgere le spalle al mare, o forse intravederlo, essere
attratto dalla visione sfumata che se ne ha in lontananza nello squarcio
della verdura.
L’uomo Tranchino vive a Siracusa, e Siracusa è un
porto, un invito al mare aperto e al viaggio, ma lui, il pittore, non
s’imbarcherà per girare il mondo, assomiglia al personaggio dei suoi
quadri, all’uomo dormiente dalla confortevole veste da camera che indica
la strada e la macchina da corsa: in sogno. Il pittore della Mastra
Rua è l’uomo che legge racconti di viaggi interiori o avventurosi
come nei quadri, mentre i luoghi di vera elezione per lui sono la
passeggiata alla marina o il giardino da cui si intravede il mare. Se
sale sulla macchina è per catturare paesaggi. La sua pittura nega il
viaggio reale, preferendo coglierne gli emblemi e goderseli sensualmente
nella prigionia di forme e colori inventati nella stanza dell’atelier.
Il mondo si rivela nel quadro: a te spettatore,
che lo guardi quando è compiuto in una essenza di rapporti che avvolgono
un mistero o nascondono paura, meraviglia, nostalgia… e non sai più se
appartengono all’artista o a te. Il pittore dice che il suo quadro, ogni
quadro suo, è una navigazione: forse in questo senso assomiglia al
libro, che lo si scriva o legga, in quanto la scoperta viene fatta nella
durata Quando si avvicina al cavalletto, Tranchino non sa a priori cosa
sarà il suo quadro, lo scopre e lo inventa a poco a poco, come è appunto
un viaggio.
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Ferdinando SCIANNA
un mondo “come potrebbe essere
Raramente, penso, abbiamo immediatamente, nei
confronti delle opere di un artista, pensieri critici articolati. A meno
di non essere critici di mestiere. Di solito reagiamo emotivamente, con
godimento, con indifferenza, o magari con irritazione. Ancora meno ci
mettiamo a razionalizzare se si tratta di opere di un artista amico.
Gaetano Tranchino è uno straordinario artista ed è
mio grande amico. Ma lui vive a Siracusa, io a Milano. Vedo i suoi
quadri nel suo studio, quando lo vado a trovare, e magari, tra una
visita e l’altra, passano mesi. Vedere i quadri nuovi è per me un
rituale dell’amicizia, si carica di emozioni, di sentimenti che
costituiscono una parte importante della nostra complicità di persone
che si conoscono da molto tempo. Non mi preoccupo certo, in quelle
occasioni, di definire un pensiero critico sulle opere. Questo si va
mettendo a fuoco dopo, a poco a poco, magari per sollecitazioni di
letture che con quei quadri apparentemente non c’entrano, nel corso di
successive conversazioni sui nostri diversi lavori, o su cose che hanno
a che fare con la vita più che con il dipingere e il fotografare.
Di Giorgio De Chirico, che ammirava molto, Renè
Magritte ha scritto che la sua rivoluzione consiste nel fatto che:
“rompendo con tutto quanto si era fatto fino ad allora, si mise a
dipingere il mondo non com’è, né come lui lo vedeva, ma come potrebbe
essere, dovrebbe essere”. Mi pare un lucido, straordinario complimento.
Quando ho letto questo giudizio subito mi è sembrato che la frase
perfettamente corrispondesse al sentimento, più che ad un pensiero
criticamente elaborato, che mi abita quando sono di fronte ai dipinti di
Gaetano Tranchino.
Anche Tranchino crea immagini di un mondo “come
potrebbe essere, come dovrebbe essere”.
Quello che sto cercando di dire, di capire
innanzitutto io stesso, è che non mi sembra bastino per i dipinti di
Tranchino, forse addirittura non servono, i criteri della fantasia, del
sogno, della visionarietà. Il sentimento fortissimo che ogni volta si
rinnova, e specialmente con le opere di questa fase più recente del suo
lavoro, è quello di trovarmi di fronte a immagini di perentoria verità,
che mettono in scena un mondo tanto più reale quanto meno esse sono
realistiche. Un mondo, appunto, non sognato, non frutto di fantasia, di
visione dell’artista, come si suole dire. Un mondo, al contrario, che
impone il suo come dovrebbe essere, con l’esistenza che potrebbe avere.
E’ radicatissimo Tranchino nella sua isola,
addirittura in Ortigia, isola dell’isola. Ma nonostante ciò, forse anzi
proprio in virtù di questo quasi nevrotico radicamento, il mondo che ci
racconta è universale. Del resto, il suo dialogo culturale non è
specialmente siciliano.
Certo, se uno conosce Gaetano può con evidenza
trovare in queste immagini tanti elementi della sua vicenda personale,
del suo essere così anticamente siracusano e siracusanamente antico.
Le automobili, il mare tempestosissimo e dolce,
familiare persino, che a volte circonda penisole, altre volte tavoli,
armadi. Questi armadi sono muniti di specchi che spesso riflettono
immagini diverse da quelle che hanno di fronte. Pezzi di archeologia,
colonne, navi immense dalle quali fioriscono fumi di pietra, giardini,
in mezzo ai quali ci sono uomini che leggono, che scrivono, sembrano
ascoltare musica, cagnolini, figurine di fanciulle che appaiono e
scompaiono tra le palme.
Frammenti di esperienze reali, certo, che
appartengono alla memoria di Tranchino, ma che si ha come l’impressione
che siano usciti dalla coscienza del pittore per andarsene per conto
loro a capricciosamente comporre un mondo nuovo, autonomo, diverso, con
un suo proprio tempo e spazio, di sconosciuta geografia, che ha forme e
colori mai visti e obbedisce ad altre leggi della statica e della
tettonica. Questo mondo, questo universo impone al pittore - che è il
solo, si direbbe, ad avere il diritto di vederlo, di viverci dentro - di
essere rappresentato, di affermare la propria realtà attraverso il
mistero della pittura, in modo che anche noi possiamo conoscerne
l’esistenza, approfittare della sua bellezza necessaria.
Una volta incontrato questo universo esso si rivela
inconfondibile. Inequivocabilmente, riconosceremo per sempre queste
immagini come dipinti di Gaetano Tranchino. Forse è questo il mistero
della pittura, dello stile, parole difficili, spesso ambigue, che qui
sembrano trovare la propria evidenza.
Un universo poetico preciso che
attraverso un artista trova la forma esatta per esistere, per entrare a
fare parte della nostra vita.
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Vincenzo
CONSOLO
Presentazione Catalogo
Galleria Trentadue
Milano maggio 1984
Crono, il figlio di Gea e Urano, trascende Clio, la
figlia di Mnemosine e Zeus. Vince domina la Storia e il Tempo,
gigantesco e trionfante, eterno e ironico sovrasta le già splendide
forme, i resti consunti di suoni parole bronzi marmi.
D’Atene a Siracusa. Corrono infiniti fili fra le
due nobili Grecie, fra le due città di storia sublime, fili aerei, come
quello che stese, da Creta a Camico, in Sicania, Dedalo, e marini,
dall’Egeo allo Jonio, dal Pireo ad Ortigia, sulle onde tagliate da navi
di eroi e poeti. E giù giù, fino al tempo d’una storia caduta, ridotta a
cartesiana, mediocre misura (la mediocrità è l’orizzonte fatale d’ogni
moderna civiltà), a borghese, mercantile sostanza: d’una Atene
cosmopolita, paleo-industriale, ingegneristica e militaresca, coloniale
e neo-classica; d’una Siracusa provinciale, marinaresca e contadina,
artigianale e turistica, floreale e novecentesca. L.Atene di
Savinio-Nivasio Dolcemare e la Siracusa di Tranchino.
Sorprendenti rispondenze fra le due città, fra le
piazze Omonia o Syntagma e le piazze Marconi o Archimede, fra le vie
Pericle o Eolo e il Corso Umberto e il Foro Italico o la Riviera di
Dioniso il Grande; sorprendenti queste due scenografie d’architetti
tedeschi d’una neo-Grecia e di provinciali capi-mastri d’una
neo-Siracusa Liberty, scenografie di cemento scialbato e di tufo,
di ferri ritorti che incorniciano o schermano vere, nobili pietre, che
nascondono, in patetici scrigni, gemme di raro valore.
Sorprendente che in questi teatri-baracconi come il
Lanarà abbiano ‘agito’ le infanzie dei due pittori. Infanzie
straordinarie, parallele, di due artisti, di due destini ‘sfuggiti al
controllo’.
Infanzia – onda continua di rivoluzione…
Rivoluzione infaticabile e mai delusa…
È questa infanzia che ignora il dio Crono, che
contro la caducità della storia oppone, crea la metastoria, il ‘fantasma
della storia’. E se il massimo destino delle vicende umane, se la
sorte più nobile, più alta, più ‘santa’ di noi e dei nostri pensieri non
fosse la storia, ma il fantasma della storia? Il Savinio adulto,
loico e civico, passa però dall’oscura foresta dell’infanzia, al chiaro
giardino della ragione, e analizza, definisce, storicizza i due stadi,
anche quello della pittura e della scrittura. Tragedia dell’infanzia
e Dico a te, Clio sono i due capitoli, i due cartoni di tutti i suoi
‘quadri’.
Tragedia: ma per Tranchino è stato idillio, e per
due fortune. D’essersi trovato in una Siracusa più tenera, più
sonnolente, più calda, piccolo-borghese e provinciale, senza generali
consoli ingegneri commendatori e signore Triglione, in un’isola di
‘quaglie’, un’isola di ninfe di acque e filamenti di muschi, di Vergini
dagli occhi sognanti su guantiere d’argento, di chiese e palazzi a onde
di vele, a viticchi, di piazze a ogiva di occhio o vagina, di rue di
Maestranze, di penombre di stanze dove immobili Veneri palpitano
luminescenti, arcaiche inesauribili madri allattano infanti; non in una
terra calda, decorticata, ma in mezzo a una lussureggiante natura di
palme papiri ibiscus opunzie agrumi come dietro vetrate o negli umidi
inguini delle latomie – precipita per le pareti il capelvenere, trapassa
in alto la freccia degli aironi, si libra nel cobalto il canarino o il
passero, trabocca il miele dal favo, s’accopisce l’operaia nel calice di
zagara; e se contro l’Eretteo danza a piede nudo Isadora, qui nei
meriggi senza fine, nei golfi nascosti, può emergere dalle solide acque
la sirena Lighea, L’Anima può invadere, possedere per sempre
fatalmente; d’aver spostato le autorità parentali – con codici d’altra
parte immaginiamo di minimi articoli essenziali – Verso un avo
costruttore di mobili e suonatore di violino, trasmigrante per isole di
fortuna e di sogno.
Tranchino è solo un pittore, rimane fedele alla sua
foresta, alla sua metastoria, al suo fantasma. Che dispiega senza sosta
con cavalli bianchi in volo su scenografie barocche, giardini-Eden,
isole che si cullano su ricci di spuma, di bambagia, sognanti
violinisti, attese tra comò armoires tavolini poltrone,
riflessioni su specchiere, orologi assopiti, voli e voci d’uccelli
rappresi, silenzi senza fine… E navi, navi rosa o pistacchio di gelato o
di pupo di zucchero, navi d’un primo viaggio verso approdi ignorati o
d’un ritorno, navi come l’Andromeda di Nivasio.
Quanto fumo per un bastimento così piccolo! Ma
era una macchina poi, o non piuttosto una creatura favolosa?
Calme partenze e ritornare grato / Delle
stagioni cieli innumerabili / E te perpetuo rimutar di veli sulle magie
brevi di città / Errar di venti e l’etra folgorata / sui monti grevi e
quale ti sovviene / Fido indugiare dei tramonti e lenti / Viaggi delle
nubi e l’esplodenti / Aurore e la tranquilla estasiata / Serenità.
Serenità che in quest’ultima stagione appare
frantumata, increspata da brezze melanconiche.
E il sogno s’è rinchiuso in un ovale assediato da
un buio minaccioso; i personaggi – donne, uomini, - fuori scena, hanno
abbandonato sul tavolo di marmo, sulla sedia di ferro un cappello di
paglia, un libro, un frutto, uno strumento – son rimasti assorti uccelli
a volteggiare, incantati a specchiarsi, a dormire ripiegati in cune di
luna. E i toni dei mari, dei cieli si sono incupiti qualche volta la
materia s’è aggrumata, fatta sabbiosa; è sparito il giardino, la
verzura, abbondano ora i marmi, scalinate che si perdono in fondali
d’acque verdi, templi a colonnati contro cieli di grevi nuvole vaganti;
e la nave, sostando e sostando, ha perso i soavi colori del balocco, s’è
fatta rugginosa, barriera di lamiera, scoglio di basalto; e i pescatori,
dentro cale artificiali, calano o tirano reti: primi o ultimi barcaioli,
rassegnati Argonauti nella ricerca vana d’un vello d’oro perduto nei
fondali?
È certo che
l’idillio è lontano, che un inquietudine attraversa la scena. Siamo
forse a una sosta, a un pensiero che aggrinza la fonte: che l’infanzia è
pur sempre tragedia? ch’essa accompagna per sempre la vita, la vita
solitaria dell’artista? È il saggio d’Atene, il fratello maggiore che
ancora una volta interviene: In questa sosta in cui l’incanto / Muore
Cedi alla serena / Pace la fronte in cui si smaga / La voce di sirena
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Paolo BISCOTTINI
Il Nuotatore
Prima sequenza
Nel sogno - ma forse non sogno, ricordo..oppure
è la fantasia che divaga, mentre assorto nei pensieri lascio che il
tempo scorra..
Mi assopisco e il dormiveglia è intenso di luci
e colori nell’afa d’agosto, quando il silenzio regna nel pomeriggio al
mare…e nuoto, nuoto con vigore e con forza, fra le onde verdastre e
sotto un cielo blu, che ricorda quello di Van Gogh.
E’ notte? Forse è notte, ma tutto intorno è luce
e le rive mi stringono, mentre la nave oscura, ferma a terra, mi sembra
una minaccia, incombe nera, fantasma che annuncia pericolo. Devo
fuggire, uscire dal mare maledetto e seguire la riva, dove corre il mio
cane, amico, unico amico, là dove tutto è ostile e mi precipita addosso.
Tutto incombe su di me, la memoria del passato,
le vestigia degli antichi padri e poi la mia via, forse la vita, e la
stessa Ortigia, l’isola nell’isola, dove spero per me rifugio. Tutto è
rischio di morte ed anche il giardino amato e la casa ad esso intorno,
luogo di antiche memorie…
Seconda sequenza
Il mare si allarga, mentre continuo a nuotare
con vigore.
Sulla sinistra si delinea Ortigia, ancora
qualche bracciata e avrò superato il vascello nero e le antiche case,
luoghi di ricordi nascosti.
Il mare è sempre verde e il cielo blu, come
quelli di Van Gogh.
Ma ora tutto si apre e l’orizzonte riconquistato
allude ad una nuova speranza.
Terza sequenza
Terra..terra, la mia terra. La mia Ortigia.
Casa, dove anche il cane mi attende, insieme alle vecchie case, agli
alberi del giardino e alle vestigia degli antichi padri.
Pace riconquistata..ora il vascello può solcare
il mare e navigare verso l’ignoto che io stesso ho liberato. Tutto si
ricompone nel mio dormiveglia e infine riposo.
* * *
Nel 1992 presentando una mostra di Gaetano
Tranchino presso la Galleria San Carlo di Milano, mi soffermavo sulla
natura romantica dei suoi dipinti e sull’attitudine a narrare in senso
favolistico la verità di sé.
Il tema dell’attesa, dell’addio, del luogo stesso
in cui l’artista colloca ciò che affiora dalla memoria, mi sembrava
suscitare domande alle quali era difficile dare delle risposte.
Il confronto fra un luogo noto e un luogo ignoto,
fra ciò che è vicino e ciò che è lontano, pareva alludere al mistero
dell’uomo e dell’artista.
A distanza di quasi quindici anni, mi sembra che la
sua pittura sia venuta, specie nei dipinti più recenti, assumendo una
valenza onirica, come si può rilevare dalla lettura del Trittico del
nuotatore, opera recentissima, da porre in stretto riferimento alle
fasi diverse e simultanee del sogno. Il tema dell’oscuro vascello
destinato a solcare il mare solo quando il nuotatore conquisterà la
riva, si presta ad un’analisi di importante rilievo psicologico.
La pittura è metafora della vita: l’uomo che solca
i flutti pericolosi, novello Ulisse, trova infine la sua riva, dove ciò
che il tempo ha disseminato si ricompone, mentre inizia il viaggio
misterioso della nave, la parte oscura di sé in cui consiste
l’ambiguità dell’esistere, da cui scaturisce la necessità stessa della
poesia, intesa non solo come recherche proustiana, ma anche come
viaggio nei recessi dell’animo umano.
In tal senso l’arte di Tranchino si allontana
vistosamente da ogni rappresentazione del reale, ma anche da ogni sua
celebrazione (nonostante esso ci appaia in tutta la sua glassata
magnificenza), per avviarsi proprio nella direzione della recherche,
dove i dati si confondono e si sovrappongono (che
importa, del resto, che il personaggio della duchessa di Guermantes, per
esempio, sia preso in parte dalla
contessa Greffuhle, in parte da
M.me Straus e dalla
contessa de Chevigné e per il resto
da dieci altre?), suscitando spazi nuovi e imprevedibili, dove al
centro è comunque l’uomo, che percorrendo i tempi reinventa il mondo, lo
immagina nuovamente, liberandolo sempre di più dalle costrizioni
ideologiche ed anche dagli imperativi stilistici.
Tranchino canta la libertà dell’uomo, aprendone le
sorti verso orizzonti sconfinati.
Esiste una storia intessuta di avvenimenti, di
date, di fatti, di vita e di morte; ed esiste tutto ciò che resta di
questa storia nella memoria e nella coscienza. All’artista questa
memoria vibra così fortemente da farne scaturire forme per un paesaggio
inedito, ove l’uomo possa ritrovare la sua identità come essere antico e
nuovo, sospinto verso un futuro che non conosce, ma prefigura.
In questo senso i temi che già in qualche modo
erano precedentemente presenti nella pittura di Tranchino acquistano una
nuova forza e una dimensione incisiva.
Il giardino rivela la sua natura labirintica,
mentre Ortigia stessa diventa il punto di partenza e di arrivo del
viaggio dell’artista.
Le figure sono semplificate, ma la qualità
cromatica, accesa come lo era nel passato, pare accentuarsi in nuovi e
più intensi valori, che alludono ai sapori e ai profumi forti della
Sicilia. E il rapporto fra la figura e lo spazio richiama un senso
mitologico dell’esistenza, considerata nel suo destino di solitudine. In
essa il pensiero pare immergersi, senza indugi di tipo melanconico.
E’ come se la forza narrativa assumesse una nuova
intensità conoscitiva. Nella casa col giardino intorno, interno
ed esterno si fondono in un’unica visione, lasciando intendere che tutto
esiste nella mente, contemporaneamente, il dentro e il fuori, l’antico e
il presente, l’oggi e l’ora.
Nel suo bellissimo giardino di carta
Tranchino coglie con semplicità i fiori delle sue letture e del suo
pensiero, da quelli più lontani a quelli più recenti, senza avvertire la
necessità di datarli perché essi coesistono e convivono, come in
un’aiola: fiori di ieri, di oggi, di sempre.
Certamente il tema
della bellezza era e resta al centro del suo pensiero poetico, ma in
esso affiora dolcemente e terribilmente la consapevolezza che “Chi la
bellezza coi propri occhi vide è della morte già preda sicura”.
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Riccardo
BARLETTA
Nel giardino delle immagini senza
storia
NORMA. Scrisse Carl Gustav Jung: «Nei miti e nelle
favole come nel sogno l’anima testimonia di se stessa e gli archetipi si
rivelano nella loro naturale correlazione come “il formarsi, il
trasformarsi, il conservarsi eterno della eterna idea”».
CHIAVI. Per capire e spiegare la pittura di Gaetano
Tranchino sono state molte. Chiave popolare folk lorica, chiave
letteraria, chiave stilistica. La Sicilia, le sue favole, un gusto naïf.
Le butteremo tutte a mare, e cercheremo qualche significato mediante la
psicologia del profondo.
ARCHETIPO. Un personaggio mitico del tutto
personale. Un nonno, o meglio il fratello di un nonno, e sua moglie. Due
nonni acquisiti; cioè la terza coppia di nonni. Vivevano in un villino,
allora immerso nella campagna, nel sito siracusano. Il nonno faceva il
produttore di mobili, e gli attrezzi di cui si servivano i suoi
falegnami costituivano la prova più tangibile di un’arte, magici ed
empirici insieme. Il villino del nonno attorniato dalla natura era Eden
ed Eldorado. Questo nonno, a sedici anni, era scappato da Siracusa;
aveva attraversato il mare con un piroscafo, per andare a Malta a
suonare il clarino. Da adulto impiantò in quest’isola un’altra fabbrica
di mobili. Malta nel cuore del Mediterraneo.
GIARDINO. Il giardino del nonno era
meravigliosamente pieno di alberi, di fiori e di balaustre. Vi si poteva
stare e sentirsi al centro del mondo. Il nonno e sua moglie vi
troneggiavano come Adamo ed Eva: una condizione piena, perfetta, forse
senza peccato. Il nonno apponeva cartellini gialli, col rispettivo nome,
alle varie piante: e sembrava il Creatore, nel sesto giorno della
creazione. Tra l’altro, il giardino abbondava di palme, alcune
rarissime.
L’ETERNA IDEA. Quella di cui parla Jung – e che è
conservata da miti, favole e dal sogno – è il motore delle immaginazioni
di Tranchino pittore. I suoi dipinti, dal di fuori, non mostrano una
vera e propria evoluzione; infatti iterano il desiderio – sempre lo
stesso – di ricongiungersi alla primitiva isola felice dell’anima. È il
bisogno del ritorno assoluto a una terra, madre della vita e dei
sentimenti. È la tensione verso il tempo senza tempo dell’infanzia. Il
conservarsi eterno della eterna idea si esprime in una creatività che ha
forma circolare. Però non si ripete.
IL PADRE SPIRITUALE. È il Doganiere Rousseau, non
solo attraverso amore e studio, ma soprattutto per una analogia
strutturale. Tranchino, infatti, alla pari del francese, ha posto come
perno su cui gira il suo fantasticare il mito familiare. L’avo, l’avo e
la moglie, la moglie da sola, il gruppo familiare con l’avo; varianti e
travestimenti, spesso simbolici. Ma è sempre un diuturno colloquio con
questo Adamo parentale, che ritorna come un fantasma dalle orbite perse
nel nulla, che ritraduce una storia metastorica e infinita. Vari sono i
parallelismi tra l’iconografia di Rousseau e quella di Tranchino: il
mito parentale, il suonatore, la simbiosi tra figura e cavallo, il
piroscafo.
Parallelismi non di pura trascrizione formale,
bensì di analogo contenuto di situazione interiore.
Analogia non identità con Rousseau, né
prosecuzione.
I NOMECLATORI. Eccoli classificare Tranchino tra i
Naïf. La distinzione è superficiale. Certamente c’è un rapporto
spirituale con Rousseau; talvolta esso si fa stilistico. Tuttavia, come
ebbe a notare, fin dalla prima mostra dell’artista, Franco Russoli, vi
sono agganci con la ritrattistica artigiana dell’Ottocento provinciale e
richiami all’arte popolare. Vorrei aggiungere che il colore è totalmente
inventato rispetto al Doganiere. C’è una mano che si richiama alla
scuola dei primitivi trecentisti. Appare un controllo di forma e di
colore inesistente nei Naïf correnti.
Il recupero del mito, e il fantasticare che si
incarna in immagini esatte, rientrano in una cosciente azione di
recupero di una cultura mediterranea e popolare, di origine
probabilmente neolitica, anche se poi incrostata di strati più recenti.
Certamente, in questa operazione artistica, ciò che prevale è il livello
psichico, non quello stilistico (quest’ultimo è un puro medium).
LA STORIA METASTORICA. Trascriviamo la formula. La
visione metafisica sta alla realtà, come la visione metastorica sta
all’evento avvenuto. Tranchino, per preparazione e per cultura, non è né
un “ingenuo”, né un visionario, né un fantastico, né un metafisico, né
un surreale. In parole povere è un “metastorico”; cioè egli fissa in
immagini un’epica dell’anima propria del suo grado originario e
infantile. Essa si ha quando la totalità della psiche (dell’uomo
primitivo o del fanciullo civilizzato) si articola in un sistema di
archetipi profondi, che sono normativa al comportamento e alla
sensibilità.
La produzione di tali contenuti metastorici avviene
mediante l’assimilazione, da parte del soggetto, di figure generate dal
raccontare o dal fantasticare.
Tali figure – inesistenti come eventi reali –
esistenti come eventi sulla psiche – producono significati di verità e
nutrono il crescere verso una fase matura.
IL VIOLINISTA. Tra le altre, in Tranchino, tipica è
la figura del violinista, che appare in disegni colorati ed olii.
Personaggio solipsistico, egli rifugge dalla realtà storica, e si chiude
nella “metastoria”.
Quest’ultima consiste nella scelta assurda del
voler suonare a tutti i costi, accada ciò che accada. Passa un vapore, o
un naviglio a vela o un treno sbuffante …No.
Il violinista non si sveglierà dal suo torpore, non
vuol aprire gli occhi alla storia, il suo mito interiore è la sua unica
realtà.
Magari affonderà nelle acque perigliose, brandendo
il suo strumento, forse per non essere voluto salire sul mostruoso
battello dalle grandi ciminiere. Questa figura di violinista, non
dimentichiamolo, è metaforica di un certo costume meridionale che
consiste nel rifugiarsi nel mondo dei propri sogni, come scelta
ontologica e antropologica.
LA MADRE ETERNA. L’iconologo scorge nella
simbolica di Tranchino, resa con un colore vivido e numinoso, l’idea
della madre, iterata, proteiforme, assoluta.
Amante della forza vegetativa della terra, quasi
per concetto carnale, il pittore siciliano la riproduce in più immagini:
il mare, il bosco, la valle; e per traslato nel corpo della donna, o
dell’animale marino, o nella casa e nella città. La rotondità delle
forme, il calore denso e corporeo del colore, ne sono un corredo
sensoriale indispensabile, quasi per raggiungere una temperatura
biologica come il feto nel grembo materno.
Spesso i rivi hanno significante, scorrendo arcuati
per la terra, di materie fecondanti, mentre gli animali possono assumere
rilevanze di aggressione di virilità.
Il linguaggio, comunque, è sommesso, persuasivo,
pieno di magia e di calma.
Non scordiamocene:
la madre sta all’inizio e alla fine del viaggio dell’anima.
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Paolo NIFOSI'
Nel regno dell'immaginario
Una riflessione di Emanuele Navarro della Miraglia
su Stendhal, citata da Leonardo Sciascia, può introdurre l'opera di
Gaetano Tranchino, cambiando il verbo dall'imperfetto al presente:
"Pretende di agire secondo i dettami della ragione, ma è perennemente
dominato dalla fantasia e fa ogni cosa per entusiasmo". A guardare le
opere di Tranchino, lui amico di Sciascia e stendhaliano come Sciascia,
penso che la fantasia sia la protagonista, una fantasia con forti radici
nella realtà della sua vita, nei luoghi in cui sempre ha vissuto, negli
incontri e nelle letture che ha fatto, con un rigore e con scelte
formali che conosco in pochi artisti e se dovessero chiedermi chi sono i
primi dieci pittori siciliani del secondo Novecento Tranchino farebbe
parte dell'elenco.
Pittura visionaria la sua, saviniana per assonanze,
fatta di grande sintesi e con una vivacità cromatica che trae spunto
dall'espressionismo per organizzarla strutturalmente in credibili spazi
tra la fantasia e la realtà della sua terra: basti pensare alle marine
col porto di Siracusa e le citazioni archeologiche, le palme, la
campagna, le strade urbane. Conta poco la verosimiglianza, conta
l'archetipo, tempio o nave che sia, palma o automobile, mare o palazzo,
forme ridotte a strutture prismatiche o a volumi gonfi come nuvole. C'è
la Metafisica di mezzo, ma anche il magmatico colore bonnardiano e
l'umbratile e profondo colore della Brüke; Parigi e Monaco s'incontrano
a Ortigia, in una Sicilia pensata e tante volte sognata, "vista" e
dipinta con una tale convinzione, con una tale pregnanza da renderla
vera e insopprimibile a chi ritornerà a vederla. Terra chiusa, adatta ad
alimentare l'immaginazione, ma anche terra di approdo e di partenze,
certe volte definitive, certe volte per ritornare. Tutto questo si trova
nelle tele di Tranchino. In Sicilia si vive di fantasmi, di immaginario,
tali e tante sono le sedimentazioni, tali le culture che ne hanno
modellato il paesaggio. Le simmetrie e i volumi più rigorosi si
compenetrano con le spirali, le concavità e le convessità barocche e
liberty, gli intensi gialli dei campi di luglio si saldano con i blu
novembrini del mare, i fuxia delle buganvillee con i verdi degli aranci.
Non c'è una presa diretta, ma un estrarre le essenze vissute esperite,
giorno dopo giorno, anno dopo anno, per ricondurle alla libertà
dell'immaginazione, alla fantasia, appunto, al gioco del magrittiano
nonsenso, e tutto questo all'insegna della consapevolezza intellettuale,
di quella necessaria letteratura che consente di vivere in questo luogo,
con l'incoscienza di camminare sulle acque o di muoversi lungo le strade
contemporanee con lo stupore di un bambino.
Di fronte a questo procedere c'è un discrimine che
permette a Tranchino di poter attraversare questo territorio, il valore
della sua idea del mondo, e la qualità della pittura, due punti di forza
che ne rivelano l'autenticità e le possibilità simboliche.
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Aidan DUNNE
REVIEW OF THE PLACE
OF MEMORY BY GAETANO TRANCHINO AT RUA/RED IN TALLAGHT
(the irish times, may 5, 2010)
Gaetano Tranchino’s paintings
in The Place
of Memory at
RUA Red Gallery in Tallaght, have a dreamy, magical quality to them.
They are pictorial fables, opening up a narrative space that is warm and
nostalgic without being at all overly sweet. There is a distinctly
Mediterranean feeling to the world they evoke, which is hardly
surprising given that Tranchino is from Syracuse on the south-eastern
coast of Sicily, a place steeped in classical history.
In his work it’s a beautiful realm. Recurrent
motifs include the lush, well tended garden, the comfortable,
accommodating house, remnants of antiquity in the form of stone carvings
or pillars, the road and the gate, the sea and the land. All of these
elements frame accounts of arrivals and departures, via bicycle, car and
sailing boat or liner. Our view of events is usually oblique and
fragmentary: we glimpse a bicycle rounding a corner, the hind quarters
of a dog, its tail wagging, a car making its way through the night, a
ship pulling away from the dock. A man stands, hands in pockets, looking
into the evening light, as though awaiting someone.
The curvilinear shapes suggest travel. Most of what
we see, including ships and cars, has a retrospective look. The work
invites comparison with that of Simon English, who seems to share many
of Tranchino’s concerns. But while English likes drastically toned down
colours and modulated shades of grey, Tranchino embraces colour with all
the verve of David Hockney.
He uses intense yellows, pinks,
reds, greens and blues in richly textured, jewel-like masses, often
accentuated by strong tonal contrasts. If he wasn’t such a good painter
it could all go horribly wrong, but he is actually a fine, sensitive
painter, and the paintings are not only attractive but capable of
withstanding sustained attention: they’d be good to live with, in other
words. Tranchino’s place of memory is tinged with the sadness of loss,
but as formulated, it’s an almost pleasurable sadness.
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Pat BORAN
THE PLACE OF MEMORY
All true art is a kind of
haunting, first for the artist, then for its wider audience. Like the
writer who returns to the empty page, the painter who faces the blank
canvas, day after day and year after year, inevitably finds that the
process of filling that space—or of carefully brushing away the
obscuring dust, as might be more appropriate description, given the
archaeologically rich Sicilian landscape—reveals images that echo and
amplify each other across great stretches of time.
Gaetano Tranchino’s paintings, though they appear to record or replay
specific personal moments and events from the past cannot be called
nostalgic or even merely personal, for the moments they describe—the
recent departure of a girl, or man, or dog, the arrival of yet another
smoke-scarfed ship into port—may be said to be as old as life on the
Mediterranean island itself. The artist who goes after personal
emotions, it would seem, is soon confronted with eternal questions and
truths.
For Tranchino, unlike many artists of his generation, the haunting at
the heart of his work is connected with the persistence of love, of
affection, of mystery and of memory itself. In this sense, and on that
often deeply troubled island, his work is celebratory, poetic and
ultimately life affirming. The vibrant colours and sensuous forms, the
inviting perspective and humanizing presences of his trade-mark figures
(the reader, the thinker, the dog-walker, the dreamer) all suggest an
enviable and all-too-rare contentment.
Though he might laugh at the notion, there is in his work if not quite a
religious impulse then certainly a ‘sacredizing’ one, an impulse which
makes something special and numinous of an old gateway, of the palm tree
leaning over it, of a half-eroded Doric column on a hillside or the
tree-lined pier which reaches out to protect an approaching ship.
For a painter who is so often drawn to modes of travel (1950s
automobiles, almost comically primitive aeroplanes, etc), Tranchino's
work itself might be said to be a kind of time travel. The hillsides of
south-eastern Sicily, dotted with Greek, Roman and Baroque ruins make
almost impossible a simple chronological reading of the landscape.
Rather than ask the question ‘Who has been here?’ it might be simpler to
ask ‘Who has not?’
To paint in Sicily, then, is to be aware of the fleeting nature of time,
the rise and fall of so many empires, and, paradoxically, of the
enduring power of art to place a single gesture or brushstroke before
the eyes of generations. To paint in Sicily is to work with a pallet of
colours few northern Europeans may wield with the same casual
confidence, or the same mediated feeling.
At once haunting and life affirming, Gaetano Tranchino’s paintings are
also undoubtedly beautiful. One is put in mind of Sicily’s most famous
modern writer, the late Leonardo Sciascia (a close friend, as it
happens), who in a well-known short story* has one of his characters
praise the Sicilian landscape for “a beauty so obvious that it would
dazzle even an idiot”. The same can be said with confidence of
Tranchino’s work which makes even those who have never been to his
homeland wish to go there again.
*from the short story ‘The Wine-Dark Sea’
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